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Poliziesco collettivo/6


Quella mattina di giugno il commissario Giuseppe Tavulli, per tutti Beppe, non aveva né la voglia né la pazienza per recarsi al commissariato.
Faceva caldo, la gente sembrava morsa dal sole e tutto il mondo si inseguiva inutilmente e disperatamente nel traffico caotico di Roma.
I pensieri erano fissi in mente e neanche un caffé al solito bar, da Michele, riusciva a far decollare la giornata.
Però doveva farlo, aveva ricevuto una chiamata improvvisa, i suoi uomini avevano bisogno di lui, ancora una volta.
In sede lo accolse Palizzi, teso come una corda di violino e pronto a spiegare cosa fosse successo.
"Ci sono novità? Come mai sei così agitato?"
"Dottore, abbiamo una brutta rogna".
"Tanto per cambiare! Avanti, dimmi".
"Hanno trovato il corpo di una ragazza".
"Dove?"
"In una villa a Sabaudia. Sul posto c'è già la volante e la scientifica."
"E' stato avvisato il p.m. di turno?"
"Si, è il sostituto procuratore de Matteis."
"Va bene, prendi la macchina e muoviamoci."
Giunse sul luogo del delitto, superando la prepotenza del caldo, che si appiccicava sulla faccia per innervosire la gente.
Rimase immobile.
Vide il cadavere, riconobbe Francesca.
Erano passati almeno dieci anni dall'ultima volta in cui si erano visti.
Allora Francesca era una ragazza piena di vita che aveva fatto perdere la testa a Beppe Tavulli, studiavano, avevano sogni e si amavano perdutamente.
Come tutte le storie immature era finita, ma Beppe aveva pensato a lei talmente tante volte da non capire che fossero passati dieci anni.
Adesso eccola li', riversa sotto un lenzuolo bianco, vittima di un qualche assurdo omicidio.
Beppe senti' una ferita aprirsi dentro, ma il ruolo gli imponeva di mantenere il solito piglio deciso:
mai Palizzi l'aveva visto debole, umano.
Rivedere la sua Francesca cosi', dopo tutti quegli anni, gli graffio' irrimediabilmente l'anima.
"Sabaudia?" - pensava - perchè Sabaudia? Che ci faceva lì?
Beppe sapeva benissimo che Francesca aveva una casa al mare a San Felice Circeo. Amava troppo quella casa con vista sul mare per abbandonarla in piena stagione estiva. Perchè spostarsi a pochi chilometri di distanza? E poi..in piena notte! Chi mai doveva incontrare? O quale spregevole balordo l'aveva abbandonata lì magari ancora in fin di vita...

"Palizzi, vieni con me a San Felice" - disse con un filo di voce Beppe, ma mosso da un'irresistibile voglia di scoprire subito la verità su quell'assurdo omicidio.

Senza proferire parola, Palizzi abbassò il capo in cenno di assenso.

Dopo un ultimo sguardo alla ragazza, Beppe si voltò e poggiando la sua mano - umida di sudore per il terribile caldo ma forse anche di qualche lacrima che aveva immediatamente raccolto perchè nessuno vedesse - sulla spalla del Palizzi quasi in cerca di conforto, si diresse alla macchina.

I due si mossero verso San Felice.

Beppe disse a Palizzi di conoscere la ragazza, senza aggiungere altro.
Palizzi, da poliziotto di razza, sapeva di dover interrogare oppure tacere, a seconda delle circostanze. Tacque.
La macchina rincorreva il vento caldo del litorale laziale e Beppe cercava di scavare nella mente, di ricordare dove fosse la villa di Francesca. La villa di famiglia, nella quale erano andati a fare l'amore dieci anni prima in un pomeriggio ancora piu' caldo di quello che gli stava asciugando i ricordi.
Passarono per il centro di San Felice e Beppe vide per strada un vecchio, con un volto di quelli che non si dimenticano, solcato dalle preoccupazioni e da una vita di lavoro.
Aveva gia' visto quel vecchio, forse dieci, dodici anni prima, l'aveva visto, sicuro.
Allora si rivolse all'uomo: " Scusi, sa dove si trova villa Tosi?"
Il vecchio lo squadro', le sue origini calabresi lo conducevano per tendenza a non fidarsi delle persone, soprattutto delle perosne che domandavano.
Beppe mostro' il distintivo e la lingua del vecchio improvvisamente si sciolse.
"Villa Tosi? Certamente. Prosegue per Via De Gasperi, gira in Via del Pignolo e dopo 200 metri vede un grande cancello rosso, quella e' villa Tosi. Sa.... la conosco bene, ho lavorato per la famiglia Tosi per oltre trent'anni".
Ecco dove l'aveva visto.
Saluto' bruscamente, come al suo solito, e ritorno' in macchina.
Palizzi era sempre piu' curioso, ma decise di stare sempre piu' zitto.
"Cos'e' Palizzi, ti hanno forse tagliato la lingua ?"
" No, dottore,è che...."
"E' che? Avanti , non ti mangio mica!"
"E' che è da tanti anni che ormai lavoriamo insieme,ne abbiamo avuti di casi come questo, ma così " silenzioso" non l'avevo vista mai."
"Non ti preoccupare, è solo che non ho dormito bene."
E come poteva mai dormire bene dopo 500g di pasta alla amatriciana che si era sbafato piano piano e in maniera quasi rirtuale la sera prima!
Arrivarono alla villa.
Una dimora da ricchi, una casa da signori eleganti.
Beppe la ricordava così e così era rimasta, quasi cristallizzata in un tempo indefinito, giudicato solo dai ricordi.
Il cancello rosso, gigante e minaccioso, apriva la vista a un giardino curato sin nell'ultimo dettaglio. Le palme sostavano sul prato senza disturbarne la perfezione.
I colori dei fiori accoglievano le persone, soggiogandole in un magico gioco di luci delicate.
Era un paradiso quella villa.
Non bisognava meravigliarsi di tanto splendore.
Il padre di Francesca, il Dott. Tosi, aveva voluto quella casa come simbolo di una vita dedicata al lavoro, come vessillo di ciò che il primario Tosi, il professore ammirato in centinaia di congressi internazionali e nei salotti buoni romani, era riuscito a costruire.
Beppe si risolse a citofonare.
Rispose una voce fioca, indebolita dall'afa di quella giornata.
"Si?!?"
"Signora, sono il Commissario di Polizia Giuseppe Tavulli, può aprire gentilmente?"
"Certo, subito!"
Il cancello si spalancò e il vialetto sporcato da ciottoli e terra bruna scivolò sotto i passi veloci di Beppe.
Giunse alla scalinata d'ingresso, uno dei punti più maestosi di quell'enorme edificio che il Dott. Tosi aveva preteso.
"Signora, come le ho detto sono il commissario Tavulli" - e mostrò il distintivo.
"Bene, io sono Cristina Arini, signor Commissario, da sempre la governante di questa casa, mi dica, che cosa è successo, mi devo preoccupare?"
"Signora, da quanto tempo lei non vede la signora Francesca"
"La signorina Francesca, lo corresse subito ( Cristina era una donna all'antica e ci teneva alla distinzione tra signora e signorina), è partita ieri per Firenze, sa è sempre impegnata, ma perché vuole saperlo signor commissario?"
Quel "signorina" aveva inconsciamente allietato la mente di Beppe, non si era sposata, non era stata ufficialmente di nessun altro uomo, ma......era morta.
La mente del commissario Tavulli fu raggelata da un'immediata considerazione.
Francesca aveva detto di voler andare a Firenze, invece era stata trovata a Sabaudia.
Il caso si faceva sempre più misterioso.
"Signora, dovrei cortesemente parlare con i genitori di Francesca".
"I genitori? Ma cosa mi chiede, commissario. I signori Tosi sono morti entrambi cinque anni fa e da quel momento questa casa non è più la stessa...."
"Cosa è successo?" Ripetè la signora.
"Francesca è morta, signora. Il cadavere è stato trovato questa mattina a Sabaudia".
Cristina scoppiò in un pianto immediato e irrefrenabile, quasi infantile.
Amava Francesca più di una figlia.
Beppe la abbracciò forte.
Rimasero così per almeno cinque minuti, con la signora Cristina che piano piano spense il pianto, per lasciar posto al dolore profondo, muto.
Beppe le disse di voler dare un'occhiata alla stanza di Francesca e Cristina lo accompagnò.
La stanza, al secondo piano, era collocata proprio al centro della grande facciata della villa.
Da lì si riusciva a dominare l'ingresso trionfale e lo splendido paesaggio circostante.
Era una finestra sul mondo, su quei colori estivi così intensi, sulla vita.
Beppe entrò e trovò tutto in ordine, segno evidente del lavoro costante e amorevole di Cristina.
Aveva già rimesso a posto ogni cosa, come sempre, come una vita insieme alla famiglia Tosi le aveva insegnato.
L'occhio abile di Beppe notò una piccola luce verde e l'orecchio avvertì un brusio.
La lucetta del computer nero che occupava mezza scrivania di Francesca era accesa, fissa, immobile.
Il computer non era spento.
Beppe si avvicinò al mouse, lo scosse, per sostituire il nero ingombrante dello schermo con le note sembianze di un desktop.
Apparve una foto di Francesca, bellissima e felice, su una spiaggia forse sudamericana forse sudafricana, rivestita dalle piccole icone che ricordano al mondo le applicazioni utilizzabili.
In basso, sulla barra grigia del desktop, una finestra era stata ridotta.
Beppe la aprì istintivamente.
Apparve una mail.
"Francy, è successo. Ti aspetto da me a Sabaudia. Vieni presto, ti prego. S."
La mail era stata mandata da una certa Silvia Armienti, il nome era memorizzato.
Il tono dello scritto era stringente.
Francesca era partita subito, senza neanche spegnere il computer.
Beppe avvicinò una mano agli occhi. Voleva riflettere.
La circostanza che Francesca avesse mentito sulla destinazione con la signora Cristina non lo insospettì, è costume comune mentire bonariamente agli anziani.
Non riusciva però a spiegarsi la fretta.
Partire così, con un'urgenza tale da non consentire di spegnere il pc.
Per fare cosa o meglio per chi?
Si affacciò dalla finestra e, rivolgendosi al fido Palizzi rimasto dubbioso all'ingresso,disse: "Palizzi, svelto, avverti il commissariato. Entro un quarto d'ora voglio sapere tutto su una certa Silvia Armienti che sta a Sabaudia. E quando dico tutto, voglio dire tutto!"
"Sì, signor commissario" - Rispose Palizzi, maledicendo tra sé e sé Tavulli, il caldo e la ricchezza ostentata da quella casa che lui non avrebbe potuto comperare neanche dopo una vita di turni di notte, domeniche, inseguimenti e arresti....
Tornò dopo meno di dieci minuti.
"Dottore, Silvia Armienti è un'insegnante di educazione fisica che lavora all'istituto "Leopardi" di Sabaudia. Sposata con tre figli, risiede in Piazza Circe a Sabaudia."
"Andiamo" - disse subito Tavulli.
Lasciò la signora Cristina al suo dolore, rammentandole di chiamarlo qualora avesse ricevuto qulache notizia o avesse notato qualcosa.
Tornarono a Sabaudia, la giornata volgeva al termine.
Era stata pesante, pesantissima.
Ma Beppe voleva la verità, a dispetto del tempo e della fatica.
La grigia casa di via Crirce al piano terra sembrava davvero molto trascurata.
Stonava incredibilmente con lo splendore di Villa Tosi ammirato nel pomeriggio.
Beppe bussò alla porta.
"Polizia, aprite!"
Udì uno sparo all'interno della casa e sentì la finestra sul retro frantumarsi.
"Palizzi, corri verso il retro della casa, qualcuno sta tentando di fuggire".
Disse ciò nella foga e dimentico del peso di Palizzi, che con i suoi 93 kg ( per un metro e settanta) non era in grado di inseguire neanche una vecchietta fuori forma.
La sagoma svanì, mentre a Palizzi stava per venire un infarto.
Beppe sfondò la porta e trovò un cadavere di donna completamente sfigurato dal proiettile che aveva preso in faccia pochi istanti prima.
La visione raccapricciante stemperò la rabbia di Beppe nei confronti di Palizzi....CONTINUATE VOI

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