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Tyson Gay: fuga dalla vittoria


Ti prepari per un anno in maniera meticolosa, maniacale.
Insegui dall'estate del 2008 il sogno impossibile di battere quel marziano giamaicano che si è preso il mondo.
Senti di poterti avvicinare, di potercela fare, anche il tuo allenatore ti sprona, come Mickey con Rocky, ci credono tutti negli Stati Uniti, sei l'ultimo discepolo di una scuola di velocisti abituata a primeggiare.
Pensi di essere carico, l'atteggiamento strafottente del giamaicano non ti tocca, vuoi fare la tua gara, vuoi la tua corsia, la tua pista.
Vuoi ripetere a Berlino quello che Owens fece davanti a Hitler.
Ci sono molti sensi da dare a questa serata.
Tu hai il tuo, te lo tieni stretto.
Ai blocchi di partenza non ti curi minimamente di nessuno, guardi dritto, bofonchi qualche motto che sappia vestire di sicurezza la tua nuda incertezza.
Ci credi, cazzo se ci credi.
Parti, sei alla pari, per un secondo sei avanti, sai di poter battere facilmente Powell, l'altro giamaicano, non vedi ancora il marziano sbucare dal mucchio, il cuore pompa, le gambe corrono, corrono come non mai, corrono perché devono dare tutto.
A un certo punto ti sfila affianco come un sogno, superbo, imperioso, fatale.
No, cazzo, no.
Ancora una volta è davanti, non lo prendi più, non lo prendi.
Oddio, ha fatto 9.58.
Tu hai fatto 9.71, non potevi fare di più, ti sei avvicinato allo stellare 9.69 del marziano a Pechino, ma 9.58 è incredibile, non ti aspettavi che potesse arrivare a tanto.
Ride, balla con Powell, il mondo ti crolla addosso.
Non puoi fare niente, come davanti un maremoto, a un tornado.
Sei impotente, sei un uomo.
Piangi quando sei solo, in modo che tutto il mondo non abbia pietà di te.
Non vuoi pietà,sei esausto.
Vuoi la pace.

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