dell'11 settembre l'ex direttore del New York Times fa mea culpa. Finalmente
libero di esprimere le sue opinioni dopo essersi dimesso dalla guida del piu'
influente quotidiano degli Usa, Bill Keller rivisita una delle sue decisioni
editoriali piu' controverse: l'appoggio all'invasione dell'Iraq.
Nel 2003, pochi
mesi prima della nomina alla direzione del Times, Keller aveva tenuto a
battesimo quello che ora chiama il ''I-Can't-Believe-I'm-a-Hawk club,'' (non
riesco a credere che ero un falco), una consorteria di commentatori liberal
che, sotto lo shock degli attentati di al Qaida, si trovarono uniti nel difendere
la necessita' dell'uso della forza per contrastare la minaccia globale del
terrorismo: ''Era un 'all boys club' che includeva Thomas Friedman del Times,
Fareed Zakaria di Newsweek; George Packer e Jeffrey Goldberg del New Yorker;
Richard Cohen del Washington Post, il blogger Andrew Sullivan, Paul Berman di
Dissent, Christopher Hitchens un po' dappertutto'', elenca l'ex direttore. Ma
oggi, scrivendo il suo primo articolo di opinione nel giorni del passaggio del
testimone alla sua erede Jill Abramson (la prima donna al timone del New York
Times), Keller riconsidera la saggezza della sua posizione pur non facendo una
totale marcia indietro.
''Non potevo
prevedere che avremmo gestito cosi' male la guerra, ma potevo gia' allora
vedere che non c'era un piano preciso per quel che venne dopo l'invasione. Non
potevo sapere quanto era scarsa l'intelligence, ma potevo vedere che Casa
Bianca e Pentagono erano cosi' ansiosi di andare in guerra che sarebbero
rimasti indifferenti a qualsiasi prova che non rientrasse nel loro scenario'',
scrive dunque Keller, evocando l'ampio credito dato (anche dal suo giornale)
all'esule iracheno Ahmed Chalabi, ''nonostante i considerevoli sospetti al
Dipartimento di Stato e altrove che fosse un ciarlatano''.
Tanti dubbi
possibili, ma Keller, come altri ''utili idioti'', decise di andare dietro a
George W. Bush: ''Volevo stare dalla parte di chi faceva qualcosa, restare a
guardare non era abbastanza''.
Vero mea culpa
o lacrime di coccodrillo? il New York Times, nell'escalation mediatica che
precedette l'attacco all'Iraq, ebbe un ruolo di primo piano nel fare da cassa
di risonanza alle accuse a Saddam Hussein di nascondere arsenali di distruzione
di massa rivelatisi poi inesistenti. Lo stesso Keller firmo' un articolo di 8.000
parole intitolato ''Incubo Nucleare'' la cui descrizione degli effetti di una
esplosione atomica a Times Square era cosi' vivida da indurre piu' di un
newyorchese a ripensare le sue scelte morali su pace e guerra. Molti sono
convinti che come marcia indietro quella dell'''incredulo falco'' non sia stata
abbastanza.
L'ha pensata
cosi' la rivista liberal The Nation secondo cui quello di oggi e' stato
l'ultimo di tanti ''mini mea culpa''
dell'ex direttore su come il New York Times ha preparato
e poi, sotto la sua gestione, coperto la guerra. Reason, una pubblicazione
libertaria, l'ha buttata invece sul personale:
''Da parte di Keller e' l'ammissione che non si sentiva
uomo abbastanza per garantire la sicurezza di sua figlia nel mondo del dopo 11
settembre''.(ANSA).

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